Anna dei miracoli
- Genere Dramma
- Durata 1h 10min
Anna dei miracoli è ispirato ad una storia vera.
Anna dei miracoli è ispirato ad una storia vera. Ci racconta di Helen, un’adolescente divenuta cieca e sorda all’età di un anno. La ragazza vive in un mondo “separato”, colori e suoni della primissima infanzia non si materializzano neanche in un minimo barlume di ricordo. Vorace di affetti e di emozioni, ma impossibilitata a comunicarlo, Helen cresce estranea alle regole e alla vita familiare. E’ selvaggia, violenta, “disturbata” e “disturbante”. I sensi di colpa del padre, la fragilità della madre, la contraddittorietà delle loro manifestazioni affettive e dei loro sentimenti, aggravano la situazione. La nascita di un fratellino acuisce lo stato di malessere in cui vive la famiglia. Arthur, il padre, manifesta la necessità di chiudere la figlia in un Istituto. Kate, la madre, si oppone e convince il marito ad intraprendere un ultimo tentativo chiedendo l’aiuto di Anna, una donna che si occupa di bambini ciechi. Dopo giorni estenuanti, segnati da esili conquiste e rovinose capitolazioni, dopo scontri corpo a corpo con Helen, discussioni con Arthur, implorazioni di Kate, Anna riesce finalmente ad entrare in contatto con la ragazza, a stabilire con lei una forma di comunicazione che scardina i confini di quel mondo separato in cui era costretta a vivere. Questa mia proposta scenica ha come presupposto un lavoro di adattamento privo di sdolcinerie, vezzi e personaggi di contorno. Ho preferito concentrare l’attenzione e la tensione narrativa sulle dinamiche di relazione, sulle contraddizioni che emergono tra padre, madre, figlia e la stessa Anna, personaggio estraneo alla famiglia ma indispensabile per scardinare il vetro di incomunicabilità tra Helen e il mondo che la circonda. Questa versione inedita è stata approvata dagli eredi di W. Gibson. Non era scontato ma ne sono molto felice. Andare all’essenza dei rapporti che muovono i quattro protagonisti della storia mi permette di sentirli vivi, persone più che personaggi, abitate da paure, confusioni, miserie e slanci di improvvisa umanità che possiamo sentire nostri, che sentiamo veri, che ci fanno stare con il fiato sospeso, che ci fanno arrabbiare, che ci commuovono. Via quindi zie, governanti, vicini di casa, comparse e cagnolini, via anche le moine palesemente strumentali di Kate nei confronti del marito, via il borbottare un po’ macchiettistico di Arthur che ci fa perdere l’essenza di un ruolo fondamentale, modernissimo, quello di un padre confuso, imperfetto, in difficoltà, che riscopre l’amore per la figlia a poco a poco. Qui, in questa versione e in questa regia, non troviamo caratteri, maschere, primi e secondi ruoli, qui tutto è indispensabile. Ogni gesto, ogni parola, ogni scelta, perché di continue scelte è fatta la storia, ci riportano al nostro mondo frantumato, incapace di affrontare grandi battaglie, propenso più ad allontanare i problemi che a trovare soluzioni per risolverli. E’ infatti solo l’ostinazione di una donna audace, il suo insistere contro ogni logica apparente, che ci porta al “ miracolo” inatteso. Questa storia è realmente accaduta, non dobbiamo dimenticarlo, ci testimonia che, in realtà, non si è trattato di un miracolo. Helen riuscirà a sillabare, a condividere un lessico che le permetterà, con il tempo, di leggere, scrivere, studiare, affrancarsi dalla dipendenza dai genitori, dalla pietà altrui. Questa è anche la storia di un amore, quello tra un adulto e una creatura che non può vivere ed esprimersi come gli altri. E’ l’amore di chi si prende cura del più debole a prescindere dai legami di sangue. E’ l’amore per ogni forma di linguaggio che ci permetta di comunicare, imparando a metterci in ascolto dell’altro. E’ la storia anche di una grande difficoltà ad amare chi non ti assomiglia, chi destabilizza involontariamente equilibri prefigurati, chi ti ricorda ogni giorno, con la sua semplice esistenza, la fragilità delle nostre certezze. Scenicamente lo spazio evoca la casa in cui è ambientato il racconto, con il suo giardino. Non indulge in ricostruzioni bozzettistiche o veristiche. C’è un dentro e un fuori, un dentro famigliare che fa da contenitore compressivo e un fuori che ci permette scoperte, svelamenti, colpi di scena. Gli abiti come gli ambienti non diventano mai “costumi” ma ci offrono segnali della ruvida semplicità di Anne, del tentativo a volte maldestro di salvaguardare un accenno di femminilità di Kate, del bisogno di aggrapparsi ad un residuo di dignità formale di Arthur. Helen, invece, sugli abiti si accanisce, con un paio di forbici che riesce incredibilmente a trovare in casa. Non indosserà mai quindi veri vestiti ma pezzi di vestiti mutilati e bucati per gioco, per rabbia, per noia. Lei non si vede, sono gli altri a vederla e a temerla ma le sue provocazioni hanno un fondo di consapevolezza, un aperto dissenso che richiede attenzione, che cerca amore, e una ragione per stare al mondo. Emanuela Giordano